Una poesia dal forte impatto elegiaco.

Contenuta nella raccolta Satura, pubblicata da Eugenio Montale nel 1971, la poesia che non mi sarei immaginato un giorno di commentare, ha per titolo Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. Va detto che, fin dal primo momento che m’imbattei in questi struggenti versi, ne avvertii tutta la potenza emotiva ed emozionale che contenevano. Oggi la trovo estremamente attuale, mentre allora, quando con mia moglie ci incamminammo sulla strada che fortunatamente ancora stiamo percorrendo, poco più che ventenni, tante cose avevamo ancora da fare. Nella mia carriera di insegnante di letteratura, l’ho più volte commentata, fatta studiare e inserita nei programmi di studio, ma non ricordo che abbia suscitato molto entusiasmo nei miei allievi. Il motivo di quel mancato entusiasmo sta proprio che quando si è giovani non si pensa a ciò che un giorno potremmo diventare, si esorcizza la decadenza fisica e la morte vivendo, mordendo la vita. La poesia nasce, infatti, dal sentimento di dolore provato dal poeta che soffre la solitudine a causa dell’assenza  della moglie. Montale comprende che, nonostante la forte miopia patita dalla moglie, che lui aveva soprannominato Mosca, lei riusciva a comprendere molto di più la realtà per quello che era e non per quello che appariva. Quindi, non era lui ad evitare alla moglie di inciampare o di sbattere contro ostacoli, tenendole il braccio lungo il percorso, ma era lei a guidare il viaggio di entrambi nella vita e a penetrare nelle cose con uno sguardo più profondo.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così  è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

e non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate

erano le tue.