Un uomo senza qualità.

Se lo ripeteva da giorni e ne era pienamente convinto, tanto convinto che aveva esposto il suo malessere esistenziale a Giulio, il quale, dopo aver guardato per alcuni istanti basito, esterrefatto l’amico, gli aveva detto che il suo problema, se di problema si poteva trattare, risiedeva principalmente nel desiderio represso e mai del tutto pienamente soddisfatto, di scopare. Per Giulio il benessere psicofisico di Lorenzo e di tutti i maschi in generale si riduceva solo in questo: avere una donna che potesse assicurare quel minimo di sesso garantito e una volta ottenuto, immancabilmente come per incanto si raggiungeva l’equilibrio. Tutte le cose tornavano al loro posto e la vita avrebbe acquisito senso. Onde per cui tutto ciò che gli aveva finora espresso con quella foga che ben riconosceva a Lorenzo, a proposito della finzione che domina da sempre la vita sociale, lo aveva lasciato indifferente. Per lui si trattava solo di una questione di sesso, punto e basta, esattamente come quella del fuco il quale volando di fiore in fiore soffermandosi e impollinando, così facendo adempie pienamente alla sua missione qui sulla terra. Cosa importava dunque prendersela tanto con le relazione sociali basate sull’inganno, o su un’apparenza esterna che fissava l’altro da noi in qualcosa che non corrispondeva alla sua reale natura? E la maschera che inevitabilmente si appiccica addosso al poveretto dalla quale sarebbe stato impossibile liberarsene? Giulio, per la sua natura di fuco, dopo aver scosso la testa e guardato l’amico meditabondo, non sapendo cos’altro aggiungere, saliva le scale lasciandolo a cogitare sui gradini che davano su via del Biscione. Ma per lui, ed era una questione sulla quale rimuginava da un bel po’ di tempo, le persone una volta indossate le maschere che a loro servono per accedere alla vita sociale, per essere ammessi e per sembrare quelli che in realtà non sono, divenivano inafferrabili, perdevano consistenza e valore. Si trasformavano in esseri astratti, alla pari dei fantasmi che condensavano su di loro sensazioni, desideri e ossessioni. Maschere che rimanevano come sospese, indossate da personaggi senza volto, non ancora realizzate, le quali per divenire tali, per assumere una forma agognata, la consistenza definitiva, terrorizzate per la loro incompletezza, bussavano spaventate alla porta del “burattinaio”, implorando, esortando, di farle divenire dei personaggi definitivi. Con scetticismo osservava tutti coloro che dichiaravano d’aver raggiunto una forma definitiva e che si dannavano l’anima a mostrare la loro rappresentazione sul palcoscenico della vita: quello che con convinzione quasi vicina al reale si calava nel ruolo del “rivoluzionario”, che con basco ed eschimo esortava le masse a seguirlo promettendo paradisi in terra, o quello altrettanto ben interpretato del pastore di anime che chiamava a sé il gregge con la presunzione di salvarlo dal peccato. Lui non aveva ruoli da interpretare, non aveva aspirazioni, tantomeno ideali, gli erano indifferenti sia i preti che i rivoluzionari, così come tutti coloro che sfoggiavano, esibivano, ostentavano la maschera del filantropo. Sempre più spesso s’intratteneva, prima di coricarsi, davanti allo specchio di camera sua cercando di scorgere volti, sembianze, maschere che in definitiva non esistevano. Lo specchio rifletteva immancabilmente l’immagine di un uomo senza volto, senza qualità! Per nulla spaventato, né affranto, toglieva dall’armadio il cappotto di cammello recentemente acquistato e lo indossava e come per incanto finalmente ammirava estasiato ciò che a lui sembrava d’essere.