Quella volta che Viola planò nella sala passando dalla finestra …

Noi tutti, ma anche gli altri commensali che in quella afosa notte del 1978 sedevano ai rispettivi tavoli nella sala da pranzo situata all’ultimo piano dell’unico ristorante di Capraia, se fossimo stati chiamati a testimoniare, sicuramente saremmo stati disposti a giurare che avevamo visto con i nostri occhi Viola entrare volando dalla grande finestra centrale. Svolazzare nella stanza in cerca del tavolo e una volta individuato planare sull’unica sedia rimasta libera; mettere a loro posto le ali e guardare tutti con aria estasiata. Lorenzo, l’unico che poteva vantare di conoscerla bene, e che altrettanto bene poteva dire di conoscere quel suo modo di osservare, di posare lo sguardo angelicato su ogni aspetto della realtà, sommessamente le chiese il motivo di cotanta beatitudine. La risposta giunse dopo alcuni attimi di titubanza e di esitazione, evidentemente quel lasso di tempo le serviva per cercare le parole, per soppesarle bene, quelle che cogliessero meglio il suo stato d’animo, che trasmettessero la propria emozione. Finalmente uscirono dalla bocca accompagnate da uno sfavillio e da uno scintillio costante e continuo che ben si poteva cogliere nell’osservare attentamente l’interno delle sue nere pupille. Venne così a sapere che uscita dalla caletta dove con gli altri amici abitualmente ogni giorno si recava, guardando in alto verso la scogliera che dal Castello precipita giù sul mare, a circa metà di essa, aveva scorto degli anfratti e spinta dalla curiosità aveva iniziato ad intraprendere la rampicata. Una volta raggiunta la meta, quelli che dalla spiaggia sembravano degli anfratti, si palesarono come delle caverne a tutti gli effetti: due ingressi distinti, due enormi porte, una accanto all’altra. Con il cuore in gola scelse la più luminosa e si introdusse all’interno: la luce la prendeva da una spaccatura laterale, una sorta d’abbaino che rischiarava come una lampada l’enorme stanza. E fu allora che lo vide: nudo come mamma lo aveva fatto, con capelli e barba lunghi che sorrideva sdraiato sul suo giaciglio. Spostò lo sguardo facendo una panoramica: scorse delle cassette di legno che dovevano aver contenuto merce varia, adibite a dispense per alimenti, dei rami nodosi e ben lucidati dall’azione delle onde, dove pendevano degli indumenti e su una pietra che usciva dalla parete piatta, adibita a mo’ di tavolino, resti di cibo. Il cavernicolo si alzò dalla sua postazione e prese ad avanzare; una volta raggiunta, alcuni metri prima, ciò che prima dormiva inoperoso nel mezzo delle sua gambe, si mosse, alcuni istanti dopo si espanse, gonfiandosi. Viola che non si era persa finora niente, con lo sguardo incollato su quel coso, su quel serpente incantatore, non potendo resistere a così ragguardevole tentazione, andò stoicamente incontro a quell’ineluttabile destino. A chi le chiedeva, come Lorenzo fece più volte, chi fosse il cavernicolo, da dove provenisse, se parlasse la nostra lingua, cosa le avesse detto durante i ripetuti amplessi, lei non seppe mai rispondere. Viola volò ancora per alcuni giorni sull’isola, appariva improvvisamente su uno scoglio, la si poteva scorgere sulla cima dell’albero maestro di una imbarcazione, planare, riponendo le ali nel bel mezzo di una discussione. Sempre con il solito sguardo estasiato di chi aveva appena assistito ad un miracolo. Poi una sera la videro entrare nella grande sala del ristorante dopo aver salito tre rampe di scale. Sedere al tavolo, rispondere alle domande che di volta in volta le le venivano rivolte, perdersi per alcuni interminabili istanti a guardare con velata nostalgia la grande finestra aperta dalla quale era passata alcune notti prima.