Marta e il mal del vivere. Da La pergamena scomparsa di Lucio Gatto

Un gabbiano se ne stava appollaiato all’estremità del pontile.Si sarebbe detto che si stesse specchiando nell’acqua, che ammirasse la propria bellezza e il proprio candore. Marta si sedette su un tronco che il mare aveva dimenticato sulla spiaggia, il gabbiano sembrava indifferente alla sua presenza. L’uccello aveva un’aria assorta che le piaceva. D’un tratto il gabbiano spiccò il volo, si diresse volteggiando verso il porto e lasciò cadere i suoi escrementi in mare. Il gabbiano si allontanava sempre piu’, ora era solo una piccola macchia nell’aria.  Andava verso il mare aperto. Avrebbe voluto fare la stessa cosa, alzarsi in volo e scomparire per sempre.Lasciò penzolare i piedi al di sopra dell’acqua, alzò le braccia verso il cielo azzurro, si stirò e lasciò scorrere lo sguardo sulla superficie del mare. Abbasssò le braccia e respirò profondamente. Era orgogliosa di quel pontile, proprio come se lo avesse organizzato lei, mentre ci  aveva lavorato con le altre ospiti della casa-famiglia durante le belle giornate di inverno. Il pontile sopportava da marzo vento e acqua e soprattutto il temuto libeccio. All’interno del suo braccio protetto si potevano finalmete  riparare dai fortunali le imbarcazioni di alcuni pescatori del luogo, e se avesse voluto ci avrebbe trovato riparo pure lei. Ma non era fatta per quella vita, Non era fatta per vivere distanta dall’umana quotidianità. Quella che l’aveva portata all’inferno. Prima o poi sarebbe tornata nel caos del mondo e solo a quel punto avrebbe potuto constatare a cosa le erano serviti quei 750 giorni di astinenza dall’alcol.