Lorenzo scopre il Piccolo Bar …

Erano trascorsi solo alcuni giorni dal rientro nella sua città natale. Il congedo dal servizio militare stava per diventare un ricordo chiuso nel cassetto della scrivania. In attesa che iniziasse l’anno accademico del corso di laurea in letteratura moderna con indirizzo storico-medievale presso l’Università di Pisa, aveva ripreso il vecchio tran tran delle indispensabili e piacevolissime abitudini. Quel sabato mattina del 72, con l’inseparabile Giulio, voltato l’angolo di via Beccheria, Piazza Napoleone gli si palesò davanti ai loro occhi provocando una piacevolissima sensazione nel vedere il maestoso Palazzo Ducale, oggi sede della Provincia. Lorenzo aveva girato con suo nonno pittore le sale aperte al pubblico ed aveva assistito ai suoi racconti; mentre Giulio ci aveva messo piede alcune volte per accompagnare Margherita, la figlia più piccola del custode che abitava proprio all’interno di quell’immenso edificio. I lucchesi di quel tempo, soprattutto coloro che abitavano all’interno della cerchia muraria, svolgevano gran parte della loro esistenza nei pressi del quartiere di residenza, Lorenzo e Giulio non facevano eccezione. Fin da quando aveva preso a frequentare il liceo classico, la scuola materna elementare e media le aveva fatte dalle suore Dorotee, da via del Biscione si era allontanato relativamente poco dal suo quartiere, per raggiungere la sede del Macchiavelli che ancora oggi occupa una parte della splendida villa Pfanner in via degli Asili. Evitava accuratamente d’entrare in piazza dell’Anfiteatro per colpa dei Castagnini, storica famiglia che aveva banchetti di frutta all’interno dell’arena e al mercato coperto di piazza del Carmine, per via dei rumorosi e rissosi rampolli, i quali amavano ammazzare il tempo bullizzando i tipi come lui, quelli che studiavano. Quindi, non avendo nessun motivo apparente per spingersi oltre piazza degli Scalpellini e per superare quella immaginaria linea di confine ed inoltrarsi per le eleganti via del centro cittadino, se ne tornava in San Frediano, l’ombelico del suo mondo. Ma in quel sabato mattina, quando da via Beccheria spuntarono in piazza Grande, come amano chiamare i lucchesi piazza Napoleone, ogni cosa, ogni aspetto della vita passata e di quella attuale, mutò come d’incanto e nulla fu come prima. Dall’ingresso del Piccolo Bar, situato a ridosso dell’arco che conduce in piazzetta del Pesce, entravano ed uscivano, alcuni sostavano nei paraggi e sotto i platani di fronte, ragazzi della sua età dai capelli lunghi, molto più lunghi dei suoi, che ancora mantenevano quasi inalterato l’aspetto tipico del taglio militare. Una ragazza che giudicò ad una prima e sommaria occhiata gradevole, in virtù dei suoi lunghi capelli biondi e della sua fame cronica, dopo aver appoggiata la bicicletta al muro, nel momento esatto in cui gli si delinearono esplicitamente i lineamenti di quel volto, ebbe un sussulto: la straordinaria somiglianza con il tenente Centini, comandante del suo plotone, la trovò davvero impressionante. Esterrefatto da quella visione che gli innescò spiacevolissimi ricordi, superò la soglia d’ingresso, ricevette un amichevole ciao da un ricciuto ragazzo che stava dietro il bancone e un radioso sorriso da una signora che lo affiancava. Un mondo sconosciuto, inaspettato, denso di fumo, e di note musicali che si liberavano nell’aria e di sogni ancora tutti da realizzare, gli si palesò davanti.