Lorenzo incontra finalmente l’amore, al Piccolo Bar.

Aveva iniziato a frequentare assiduamente il piccolo Bar, trovando appropriato quel nome come non mai, che campeggiava a caratteri cubitali all’interno dell’insegna affissa all’esterno, nome che nella realtà era il cognome dei gestori: signora e signor Piccolo, appunto. Due ambienti stretti e lunghi, un giukebox messo a ridosso di tre scalini superati i quali si accedeva nella piazzetta del Pesce, dove da mattina a sera uscivano le note di  Like a Rolling Stoon e Blowin in the wind di Bob Dylan, Yellow Submarine e Don’t let me down dei Beatles, corroborate da sguardi languidi, sogni e nascenti amori dei presenti. Accadde in una uggiosa mattina d’autunno di quelle che solo quel mese dell’anno sa dispensare con così tanta abbondanza; Daniela gli apparve all’improvviso all’interno di una nuvola bluastra di fumo e quando i contorni si fecero più chiari ed evidenti, i loro sguardi s’incollarono e restarono così appesi per alcuni interminabili attimi. Fu lei ad interrompere quella fissità che rischiava di divenire imbarazzante, fosse stato per Lorenzo avrebbe corso il rischio di rimanerci in eterno. Fu lei a pronunciare le prima parole di saluto; fu lei a farsi avanti; fu lei a baciarlo come si usava in quel tempo sulle guance, tre volte. Lui si limitò a diventare rosso come un gambero, ad emettere fonemi incomprensibili che non volevano dire un bel niente. Si sedettero: Lorenzo si perse dentro ai suoi occhi celesti, così celesti che gli sembrava di osservare l’azzurro terso del cielo. Occhi che sapevano anche incupirsi quando s’approssimavano nembi minacciosi e tempestosi, modificarsi in blu cobalto per un qualsivoglia disappunto, per una qualsivoglia puntualizzazione, quando s’apprestava ad emettere le sue lapidarie sentenze. Come quando gli confessò di colpo, facendolo sussultare e spegnendo d’un tratto tutte le elucubrazioni che fino a quel momento aveva  fatto sul loro rapporto, d’essere attratta da Piero, un ragazzo più grande di entrambi che abitava nella solita corte, in località Montuolo, paesino a pochi chilometri da Lucca. A  quel tempo Lorenzo durante l’estate si trasferiva con i genitori nella residenza di campagna a qualche centinaia di metri dalla Polla del Bongi, in località Cocombola. Lo aspettavano la nonna materna Natalina, nonno Pilade, e Demo suo zio, fratello maggiore di sua madre, il quale non si era mai voluto sposare e una discreta quantità di animali. Daniela l’aveva conosciuta un’estate di alcuni anni prima, quando aveva accompagnato il padre che svolgeva l’attività di muratore, sul lavoro, in casa sua, nella sua residenza in stile Liberty che necessitava di alcuni interventi di restauro. Daniela gli sembrò fin dal primo istante diversa da tutte le altre, era bella, la più bella ragazza che avesse conosciuto; si esprimeva in maniera diretta, senza orpelli, con affabilità e soprattutto non rideva di lui, della sua goffaggine. Oltre alle immagini che stazionavano all’interno di quegli occhi, ripescò e rivisse emozioni e sensazioni che credeva perdute per sempre nel tempo, gli odori e i profumi di quelle sere estive quando accompagnava Daniela da un pastore a prendere il latte. Daniela giungeva puntuale in sella alla sua bicicletta e dopo averla appoggiata al muro del suo cancello, averlo dispensato con un radioso sorriso, s’incamminavano, a volte mano nella mano, verso l’abitazione del pastore, accompagnati dalle note e dalle strofe dell’omonima canzonetta cantata da un acerbo Gianni Morandi. “Ti ricordi quando ti accompagnavo a prendere il latte …?” Esordì dopo un lungo ed incomprensibile silenzio. “Sì, come eravamo buffi!” D’un tratto i suoi occhi cambiarono di colore come spesso le accadeva quando qualcosa veniva a turbarla; così si trovò a rivivere la sera in cui lei gli parlò per la prima volta di quell’odioso vicino di casa. Sollecitata da lui a parlarne nuovamente palesando un interessamento oltremodo disinteressato, e un coraggio che mai avrebbe immaginato, venne a sapere che Piero voleva fidanzarsi ufficialmente con lei e che i suoi erano disposti perfino ad ufficializzare l’accordo. Quando raccontò quei particolari con piglio che le riconosceva guardandolo fisso negli occhi, ci trovò tutte la determinazione e le istanze del movimento femminista che in quegli anni iniziava a muovere i primi passi e farsi sentire perfino in una città sonnacchiosa e provinciale come Lucca. Quel pomeriggio, che mai avrebbe dimenticato anche fosse campato mille anni, venne a sapere con soddisfazione che non aveva nessun ragazzo che le ronzava intorno, che era ancora vergine, confessando il tutto senza alcun imbarazzo. Lui le raccontò delle sue disavventure con quelle signorine e che non aveva mai fatto l’amore. Risero, risero tanto, delle loro debolezze, delle loro inadeguatezze, delle loro inesperienze. Più ridevano e più cadevano uno dopo l’altro i veli dell’ipocrisia che nel trascorrere del tempo si erano depositati, affastellati e accatastati su entrambi. Uscirono dal Bar Piccolo mano nella mano, si guardarono negli occhi rinvenendo tutto quello che desideravano fare in quel preciso momento. Il bacio scattò naturalmente, schermato dal grande platano che ancora fa angolo in quella piazza e fu casto, bagnati tutti gli altri. Alcuni giorni dopo, nel fienile della sua residenza di campagna, finalmente diventarono grandi e la felicità fu così talmente esplosiva e dirompente che furono proiettati, sparati, nello spazio siderale all’interno di una navicella, la loro navicella strapiena di sogni e di speranze.