Ipocriti

Taciti, soli, sanza compagnia

n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

come frati minor vanno per la via.

Vòlt’ era in su la favola d’Isopo 

lo mio pensier per la presente rissa,

dov’ el parlò de la rana e del topo;  

Il XXIII Canto dell’Inferno viene considerato da tutti i commentatori della Commedia dantesca il canto dell’Ipocrisia.  L’ipocrisia si veste delle più apparenti panni della virtù; l’oro splende di fuori, come l’onestà e la bontà sul volto degli ipocriti; l’ipocrisia costa fatica a praticarsi e necessita un gran dominio dell’uomo su di sé; ecco svelata una delle similitudini più azzeccate di questo Canto, l’uomo che procede a capo chino rappresenta il consueto procedere dell’ipocrita pronto a celarsi agli occhi dell’altro. Ebbene, questa mattina vorrei condividere con Voi questa pratica che a parer mio è divenuta un modus vivendi e operandi, accettato a tal punto al giorno d’oggi che nessuno più ci fa caso, tanto è l’uso che ne viene fatto da politici, uomini di stato, religiosi e da noi stessi. Dante da attento osservatore quale era della realtà del suo tempo, relega, confina, questi peccatori in una precisa parte dell’Inferno. Credo che ognuno di Noi leggendo le osservazioni di cui sopra abbia fisso nella mente l’Ipocrita in quanto tale, che può incarnarsi nell’uomo politico o nel religioso, nell’umo comune. Personalmente mi ritornano alla mente uomini di chiesa che nella adolescenza mi sono stati a vario modo vicini, e non vorrei alimentare in questa sede una polemica antifratesca, antireligiosa, che percorre il medioevo dantesco e trasportarla fino ai giorni nostri. Ma scorgo che gli uomini politici trasversali ad ogni schieramento, amano tramare, blandire il prossimo, celando i veri intenti. Fatta questa doverosa premessa, cercherò di calarmi mentalmente ed emotivamente nel XXIII Canto, che considero uno dei più significativi dell’intera cantica; ebbene I due Poeti si trovano alle 9 del mattino del 9 Aprile del 1300, nel Cerchio VIII, 6° Bolgia, all’interno di essa, poi sulla frana del ponte crollato. Qui vengono relegati i peccatori di Frode (=Lonza) contro chi non si fida (= Gerione). Questi dannati, gli Ipocriti, procedono lentissimi sotto pesanti cappe monacali di piombo, dorate all’esterno, con cappuccio fin sugli occhi. Il Contrappasso dantesco recita così: in vita ebbero due facce, dissimularono i loro malvagi intenti, simulando nobili sentimenti; ora sono essi stessi nascosti dentro le pesantissime cappe plumbee esteriormente dorate; in vita usarono massima circospezione per attuare i loro malefici raggiri, ora procedono lentissimi. Mentre gli Ipocriti religiosi, responsabili della morte di Cristo sulla Croce, sono essi stessi crocifissi in terra e calpestati dagli altri Ipocriti. Le due terzine di esordio del XXIII Canto, evidenziano la sublime maestria poetica del genio indiscusso del Poeta; noi lettori possiamo cogliere istintivamente come prima nota di alta poesia, il particolare accento musicale: la prima terzina è un ‘pianissimo‘ il cui significato lo apprendono bene coloro che hanno ancora nell’orecchio, le urla, le grida dovute alla rissa, scoppiata tra i diavoli (Calcabrina e Alichino) nel Canto precedente. Ma ora concentriamoci sulle due terzine di esordio: ” Taciti … compagnia … rissa… el: in silenzio meditativo, separati l’uno dall’altro, senza compagnia (dei diavoli) ce ne andavamo uno dietro l’altro come i frati francescani vanno per la via. Il mio pensiero andava alla favola di Esopo per la recente rissa, là dove egli (Esopo) parla della rana e del topo. La favola di Esopo a cui si riferisce Dante, parla di un topo, che andando per un campo, giunse ad un pantano alla cui riva c’erano molti ranocchi. Volendo attraversare il pantano e sapendo di non poterlo fare, si fidò dell’offerta di una rana disposta a guadarlo legandolo a sé sul dorso. Ma la rana aveva in animo di affogare il topo; infatti, giunta in mezzo al pantano, cominciò ad inabissarsi. Ma un nibbio, che stava volando sul pantano, vide il topo che andava sott’acqua e planando in volo lo ghermì, ma col topo anche la rana a lui legata. Questi  sono gli Ipocriti per Dante, Canto che consiglierei di leggere per intero, Canto, che studiandolo e insegnandolo poi, mi ha consentito di fare continuamente i conti con me stesso, con le mie incongruenze, con il mio agire quotidiano, che accompagna il nostro pellegrinare su questa terra.