Festività del 2021, secondo Natale in emergenza pandemica.

Non pensavo di trovare le chiese chiuse la mattina di Natale. Stupito per l’insolito fatto raggiungo la chiesa di San Vito: la porta è aperta, scorgo dei fedeli che si aggirano nei pressi del sacrato, chiedo informazioni e apprendo che per partecipare alla funzione religiosa mi dovevo prenotare. Ritorno sui miei passi e raggiunta la macchina dove mi attendeva mia madre, la informo sulla situazione che si stava verificando; lei  dopo aver ascoltato il mio sconcerto, mi invita a ritornarcene a casa dicendomi che assisterà alla messa di natale, sintonizzandosi sul canale preferito della televisione, proprio come fa ogni domenica. Sollecitato da ciò che mi era accaduto, mi trovo a riflettere sul momento storico che stiamo vivendo e nonostante la pandemia flagelli da due anni le popolazioni del mondo, non riesco a trovare una giustificazione: le chiese non devono rimanere chiuse! Esse sono presidi sanitari dell’anima, rifugi per uscire dal clangore del mondo e trovare al loro interno la pace necessaria per dialogare con Dio. Alla stessa stregua del sofferente, il quale per alleviare il dolore che lo affligge si reca speranzoso nei pronto soccorsi degli ospedali sapendo che questi saranno sempre disposti ad accoglierlo. Così inevitabilmente mi sono messo a fare dei confronti con il passato; mi è tornato in mente ciò che mi raccontava mia nonna, che durante i bombardamenti degli alleati nella seconda guerra mondiale, lei raggiungeva la piccola chiesetta di Vecoli, paese dove era rifugiata con la famiglia, trovandola sempre aperta. Poi sono caduto per una associazione di idee ai Promessi Sposi, al romanzo italiano per eccellenza e da ex insegnante di lettere in pensione, le vicende che tratteggiano la pestilenza che colpì nel 1600 il nostro Paese, così magistralmente riportate dal Manzoni, si ripresentarono intatte al cospetto della mente. Dal capitolo XXXII, che racconta il triste diffondersi dell’epidemia, ci riporta la testimonianza della carità pronta e sensibile degli ecclesiastici, che in ogni luogo della città di Milano, provvedevano ad assistere: “Languenti e moribondi”, sia sul piano spirituale che su quello temporale. Anche il cardinale Federigo si prodigò al limite della resistenza umana. “Visitava i lazzaretti, per dar consolazione agli infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando soccorso ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di consolazione e di coraggio. Si cacciò in somma e visse nel mezzo della pestilenza, meravigliato anche lui alla fine, d’esserne uscito illeso.”

Questa era la Chiesa d’un tempo, la mia chiesa, nonostante io sia un fedele atipico che ci si rifugia trovando conforto solo per le feste raccomandate, ma la mia Chiesa vorrei trovarla sempre aperta, perché i bisogni dello spirito sono cogenti tanto quanto i bisogni della carne.