Federico Tozzi

In un seminario tenuto dal professor Madrignani, titolare della cattedra di Letteratura Italiana moderna, facoltà di Lettere, Pisa, ebbi l’irripetibile opportunità di conoscere, attraverso il suo più significativo capolavoro, l’opera di Federico Tozzi. Il romanzo a cui mi riferisco ha per titolo Con gli occhi chiusi, scritto nel 1913, pubblicato solo nel 1919. Con gli occhi chiusi è il racconto autobiografico di una storia brutalmente soppressa, una storia che non c’è stata, un’autobiografia del negativo. Fare dell’autobiografia non significava per Tozzi atteggiare il proprio Io a protagonista di un destino, significava raccontare i propri traumi, le paure, le violenze subite. Significava rappresentare un rapporto da cui si esce necessariamente sconfitti, perché gli altri, che sono i nemici di sempre, siano pure padri o mogli, di loro nulla sappiamo e ciò rende vana ogni strategia difensiva. Tozzi non ha altra esperienza che di se stesso, cioè dei propri traumi, ma dovendo illuminare i traumi propri, per renderli in qualche maniera pubblici, deve rappresentarli negli altri, che in sintesi sono i suoi personaggi. Poiché l’esperienza del trauma è l’elemento basilare della sua narrativa, presta ai suoi personaggi la stessa esperienza traumatica. Significativo è il caso di Ghìsola, subito prima che la ragazza torni a Radda.

“Le pareva d’entrare in casa: la mamma aveva un vestito nuovo, le due sorelle erano ingrassate. una voce le chiese:

“Cosa ci fai qui?

Ed ella rispose:

“Non lo so: non ci sono venuta da me: ma il babbo dov’è nascosto?

“La colpa è tua.”

Ripigliava la voce.

La mamma e le sorelle ascoltavano e guardavano, con un silenzio così orribile ch’ella si slanciava addosso a loro; perché andassero nell’altra stanza. Ma le pareva di non poter muovere le braccia, e di poter urtare con il capo una parete invisibile. Allora sentiva  che il cuore cambiava di posto, il ventre faceva lo stesso, la gola si spellava; e i volti della mamma e delle sorelle diventavano spaventevoli. Ella disse:

“Parlate!”

Quelle si volsero ad un uscio; e il babbo, con due sacchi pieni su le spalle, con il viso grondolante di sangue, tanto sangue che andava ad empire la gora del mulino, salì le scale. Ella, sentendo i pesi dei sacchi addosso, urlò.

Una pagina come questa, Tozzi l’ha potuta scrivere solo per una sua intuizione, perché alla data di composizione del romanzo, in Italia, pochissimi erano gli autori che si cimentavano nella corrente letteraria del naturalismo. I personaggi non sono altro che dei fenomeni di superficie, sotto i quali scorre l’identico fiume carsico. Pietro o Ghìsola non rappresentano più, reciprocamente, l’altro da sé, il nemico e la nemica, ma sono la stessa cosa. Giunti a questo punto, mi sembra doveroso riportare l’incipit del romanzo, che a parer mio, è uno dei più belli ed affascinanti della letteratura del 900. Quindi con la speranza d’infondere, in colui o in colei che avrà la bontà di scorrere questo mio articolo, l’interesse a leggersi l’intera opera di Tozzi, Con gli occhi chiusi.

“Usciti dalla trattoria i cuochi e i camerieri, Domenico Rosi, il padrone, rimase a contare in fretta, al lume di una candela che sgocciolava fitto, il denaro della giornata. Gli si strinsero le dita toccando due biglietti da cinquanta lire; e, prima di metterli nel portafogli di cuoio giallo, li guardò un’altra volta, piegati; e soffiò sulla lamella avvicinandocisi con la bocca. Se la candela non si fosse consumata troppo, avrebbe contato anche l’altro denaro nel cassetto della moglie; ma chiuse la porta, dandoci poi una ginocchiata forte per essere sicuro che aveva girato bene la chiave. Di casa stava dall’altra parte della strada, quasi di rimpetto.”