Armiamoci e partite …

Lorenzo trovava la guerra che si combatteva in Vietnam assurda e inutile, ma l’innata simpatia che aveva per il popolo americano, per i conquistatori dei territori del west, i coloni, che tanti film avevano ispirato e che se li era goduti stando comodamente seduto sulle poltroncine del cinema Italia, aveva steso un velo pietoso sull’intera faccenda, finendo così per disinteressarsene completamente. Ma a quei tempi, per coloro che non prendevano posizione, per quelli che si defilavano come lui, per quei novelli ignavi, in Lucca esisteva una palude un po’ particolare, nella quale venivano relegati questi reietti. Le panchine di Palazzo Cenami, quelle che fanno angolo con l’omonima via che conduce in piazza San Giusto, era la famigerata palude di quel tempo. Lì, nei giorni tutti dannatamente uguali, quelli più appiccicosi d’estate, dove la calura non permetteva loro di sollevare nemmeno un sopracciglio per non sudare ulteriormente, si formò il gruppo degli scettici, i quali mettevano le loro preziose chiappe sulla prima e seconda panchina. Quel gruppetto composto da cinque elementi tra i quali si trovava anche il nostro Lorenzo, spiccava Bertolo, un ragazzo più grande di loro, il quale ostentava dei baffetti che altro non erano che una indefinita peluria che formava una buffa striscia nera tra le labbra superiori e il gibboso naso. Accomunava gli scettici il fatto di non credere in quello che amavano raccontare le persone di loro stessi, specialmente quando facevano sfoggio gratuito e non richiesto di buone intenzioni e di grandi ideali. Così nei sonnacchiosi pomeriggi estivi, tra uno sbadiglio, una sigaretta e una cazzata, trovarono la forza intellettiva per tirare giù un loro manifesto che si estrinsecava con una frase in volgare prelevata direttamente dal lessico che sono soliti utilizzare gli abitanti di  Lucca Fora, quelli che abitavano in quel di Capannori, che recitava pressappoco così: “Sì, ma anche lullì …!” Quindi, Sì, ma anche lullì, divenne il paradigma con cui presero a differenziarsi dal pensiero unico che già iniziava a prendere corpo e a diffondersi in quegli anni; gli scettici, erano refrattari sia ai dogmi di sinistra che a quelli di destra. Così mentre la guerra continuava a mietere vittime in Vietnam, a Lucca, città dove non accadeva mai nulla, alle panchine dove sedevano gli scettici giunse in visita un tipo molto, molto, particolare. Dopo una rapidissima consultazione tra loro, individuarono che quel mite visitatore che si stava spacciando come fotoreporter, non era altro che il fratello maggiore del Tepepa, che col rivoluzionario sudamericano non aveva un bel nulla da condividere, se non una vaga somiglianza dovuta ad una sottilissima linea nera sotto il naso e alla vistosa pinguedine. Si soffermò più del dovuto scassando i coglioni dei presenti con discorsi mielosi zeppi di buoni sentimenti per il prossimo, che secondo lui non si trovava vicino, ma lontano migliaia di chilometri da lui, ed esprimendo il desiderio di recarsi in Vietnam a dare una mano ai Vietcong attraverso servizi fotografici e inchieste. Quando finalmente tolse loro il disturbo s’era già fatta sera, e appena venne risucchiato all’interno di coloro che erano soliti a quell’ora fare le vasche tra piazza San Michele, via Roma e il Fillungo, dal gruppo degli scettici si levò il consueto “Sì, ma anche lullì …” Passarono i giorni, quando sul far della sera si presentò alle panchine l’Hemingway della città delle Mura, e da ciò che raccontava a quelli che erano soliti sedere sul lato di via Roma, di fronte alla Cubana, sembrava essere davvero interessante, visto il cinguettio di alcune ragazze bruttine del liceo artistico che erano solite sostare tra gli idealisti. Sentirono ripetere la solite parole che di bocca in bocca in un baleno presero a diffondersi tra coloro che avevano la fortuna di trovarsi lì in quel momento: “Va in Vietnam a fare un reportage!”, dicevano alcuni. “Il Corriere della Sera lo manda in Vietnam!”, ripetevano altri. Fu salutato, osannato, invidiato dagli idealisti, gli scettici se ne guardarono bene dal farlo. Dal giorno della partenza del fotoreporter lucchese trascorse del tempo, diverso tempo, poi come ben sanno le persone anziane quando amano dire che il diavolo ama fare le pentole ma non i coperchi, Lorenzo si trovò casualmente ad assistere ad una scena che se avrete la bontà d’attendere riporterò qui a fianco. Se ne stava all’interno della lavanderia di zia Giovanna all’inizio di via Michele Rosi, quando entrò una cliente la quale dopo aver depositato gli abiti che intendeva lavare, prima d’andarsene, sollecitata dalla zia che la vedeva turbata e meno ciarliera del solito, alla domanda quale fosse il motivo di quella sua cattiva cera, la donna raccontò d’essere preoccupata per il figlio maggiore, quello che sognava di fare il fotoreporter, il quale se ne stava chiuso da giorni in soffitta e non intendeva per nessuna ragione al mondo muoversi da lì. Sentendo quelle parole, Lorenzo si catapultò fuori, si addentrò per alcuni metri all’interno del vicolo che immette in via della Zecca, per poter dare sfogo ad una sonora risata. Ancora risuonavano nella sua testa le parole di circostanza di zia Giovanna: ” Signora mia, che la ci vuol fare …, i giovani d’oggi sono così, sono come dire …, strani!”